Tortona, 22 Novembre 2004


Capita a volte, nella vita, di fare incontri casuali che lasciano un segno, ma poi viene spontaneo chiedersi quanto ci sia di casuale o se invece tutto non risponda a precisi segni del destino. Questo è quello che ho provato quando ho visto per la prima volta l'opera di Montecchi, il suo modo di essere artista vero, spontaneo, istintivo. La sua tavolozza semplificata, ridotta ai colori brillanti dello spettro solare, spesso gli ha fatto usare il colore puro in piccole pennellate o spatolate dai tocchi lievi. Il colore per Montecchi non è stato mescolato, ma raggruppato secondo le leggi dei colori complementari, applicato in maniera intuitiva ed empirica e mai con rigore scientifico. Per Montecchi, dar vita alle forme della natura è stata pura istintività oltre che esplicita dichiarazione d'amore al mondo impressionista, consapevole di esserne un grande estimatore ed un fine conoscitore. Non si può parlare di una pittura "en plein air", poiché nei paesaggi di Montecchi non vi sono segnali che lascino intravedere angoli conosciuti, ma immagini che nascono dal profondo del suo amore verso un mondo incontaminato, arricchite da una grande sensibilità. Tutto ciò è quanto si chiede ad un uomo per essere chiamato "artista".

Angelo Monachello


Pur non dipingendo dal vero, sul motivo, in un confronto diretto con la natura, Ugo Montecchi mostra, nei suoi quadri, un sentimento vivo, genuino e delicato di quel mondo che è terra e cielo, alberi e cespugli ed erbe. Gli basta studiarlo, il paesaggio, gli basta prendere qualche spunto, sul luogo, per recuperare poi, nel suo studio, proprio quell’atmosfera, quei colori, quelle forme. Il distacco cronologico, tra la percezione visiva e la rielaborazione, gli consente di risolvere le sensazioni del vissuto nell’ordine della forma. Ed è, questa forma, che capta e modella il paesaggio, tanto sensibile ai valori spaziali quanto gravida della matericità delle glebe, dei tronchi e del fogliame. In alto, la presenza del cielo percorso dalle nubi invera ed innerva la visione paesaggistica. E il tutto ha la verità del mondo naturale, quale è percepito dalla sensibilità dello sguardo e dall’intima partecipazione di un sentimento panteistico. Il paesaggio non è costruito attraverso il disegno ma restituito attraverso una pennellata veloce, gestuale, sintetica che trasmette profondità e vibrazioni di luce. Ed è proprio questa pennellata veloce che restituisce la morbidezza di una minima foglia, del petalo di un fiore e la rugosa consistenza di un tronco d’albero: l’insieme è armonizzato dal colore caldo della tavola di masonite che traspare al di là del tocco pittorico. Montecchi si inserisce degnamente nella vicenda storica della pittura di paesaggio quale si è andata sviluppando nelle fasi della macchia, in Italia, e dell’impressionismo, in Francia, in quel secolo decimonono che tanto ha contato nelle vicende dell’estetica. Altro tema della pittura di Montecchi è quello che fu caro, nei secoli, ai maestri della natura morta, in specie per ciò che riguarda i vari generi floreali. Montecchi li ama, li dipinge, i fiori, disponendoli liberamente nello spazio, articolandone le forme ed assaporandone i colori, con varietà costruttiva ogni volta riscoperta. Dal paesaggio ai fiori, sempre fedele al contesto della natura, Montecchi conferma la sua attenzione, la sua sensibilità, il suo senso sicuro della struttura e della tessitura coloristica. Non è un avanguardista, Montecchi, non è un rivoluzionario, la sua collocazione è in un ordine tradizionale di nobile mestiere e vigile attenzione alla realtà.

Maria Teresa Orengo

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